La strada scorre veloce senza che nemmeno mi renda conto di essere alla guida mentre il paesaggio intorno a me cambia silenziosamente. Giallo è il colore dominante che trovo sia ai bordi della strada che più lontano dove le pianure dolcemente si trasformano in colli dall’aspetto tristemente desolato.
Quando viaggio, fosse anche per un breve tratto, ho sempre la sensazione di essere in un mondo parallelo con tutto quanto attorno che scorre veloce senza darmi modo di apprezzarne la bellezza. Qualche volta abbassare un finestrino e sentire il vento in faccia, sentire il profumo dell’aria aperta, mi fa ricordare di essere un minuscolo punto nero all’interno di un minuscolo punto verde al cospetto della straordinaria grandezza della natura.
Percorrere molti chilometri in solitudine in macchina mi fa riappacificare con me stesso: ore da passare insieme a me stesso e dove non devo preoccuparmi di quello che le gente dice ma non pensa, di quello che la gente fa ma che non vuole e dove sono l’unica persona che si mette interamente a nudo senza aver bisogno di parlare.
Ecco perché quando arrivo poi non so mai che strada ho fatto, pur avendo percorso quella giusta, sono sempre un poco alienato e quasi non mi rendo conto di quello che faccio.
Ricorderò sempre le dissestate strade cubane dove, seppur in compagnia del gentile Santiago, ho cercato di ritrovare me stesso perso da anni di lavoro frenetico che aveva solo scopo meramente terapeutico ma che stava per portarmi all’esaurimento.
Ricorderò sempre le strade francesi percorse con la sola voglia di arrivare tra le braccia della mia stella. E’ paradossale pensare a quanto all’estero la mia voglia di guidare sia decisamente maggiore di quella che ho quando sono sulla “mia” terra.
Questa notte ho parlato del più e del meno, come spesso mi capita con i miei “colleghi di sventura”. L’argomento è accidentalmente caduto sui colpi di sonno al volante.
Ho avuto solo un colpo di sonno in vita mia, devo dire che è stato davvero scioccante e appena reso conto dell’accaduto mi sono dovuto fermare perché tutto in me si stava come accartocciando dallo spavento.
Erano le tre di notte, non avevo dormito e mi apprestavo a percorrere i circa 400 chilometri che separano Nimes dall’aeroporto dove avrei trovato l’aereo che mi avrebbe riportato in patria e direttamente dalla mia macchina verso il lavoro. Sapevo che sarebbe stata una pazzia ma pur di rivederla e di starle vicino avrei percorso quel tratto perfino in bicicletta.
Dopo quasi due ore di viaggio uno scossone dovuto ad una buca sulla strada mi fa aprire gli occhi destandomi da quell’attimo in cui il mio fisico esausto aveva detto basta e prospettandomi davanti una curva con un lucido guard rail che aspettava solo l’impatto.
Ho sempre cercato di dimenticare quello che ho provato in quei momenti e nei successivi in cui sono riuscito a evitare l’impatto, so solo che in quei momenti di sicuro non potevo essere solo…La prima persona che mi è venuta in mente era LEI, dalla quale mi ero appena allontanato dopo giorni trascorsi meravigliosamente: il pensiero che avrei anche potuto più non rivederla mi face stare ancora peggio di come mi sentivo.
Ricordo gli insegnamenti di mio padre, uno tra i tanti mi invitava a rispettare la macchina facendomi presente che salendo su di essa diventavo un proiettile, sempre pericoloso se diretto dove non deve e sulla quale un momento di disattenzione poteva cambiare la mia e la altrui vita.
Mi manca il “brontolone”, come io lo chiamavo quasi per schernirlo, senza accorgermi di essere molto più simile a lui di quanto ammettessi; mi piace pensare che in quel momento ha fatto qualcosa per fare in modo che io possa essere ancora qui.