Paco de Lucia – Tango Flamenco
Posted on | June 27, 2005 | No Comments
Una porta socchiusa dalla quale passa uno spiragli di luce, una luce fioca che stempera appena il buio che mi circonda. Passo la porta e mi ritrovo dentro una stanza dalle pareti altissime e dalla lunghezza inarrivabile con lo sguardi che mi fa pensare di essere dentro ad un film horror di quarta categoria.
Dopo che gli occhi si abituano all’oscurità noto che in alto in realtà le pareti laterali non procedono parallele verso l’infinito come mi sarei aspettato, ma diverse decine di metri sopra la mia testa si riuniscono in uno spiovente con una serie impressionate di capriate in acciaio che danno l’impressione di un eccessivo zelo nel calcolare le tensioni generate da quella strana struttura. Le capriate sono ad una distanza di un metro circa l’una dall’altra, a quella altezza sembrano praticamente affiancate, non una sola luce per illuminare il tutto, solo qualche mattonvetro qua e là per far filtrare una parvenza di chiarore… Dovrebbe essere mattina, ma i miei dubbi non sono pochi di fronte a una tale ingiustificata realtà.
Le pareti laterali sono poste a circa sei metri l’una dll’altra, scorrono dritte senza accenno di cedimenti per tutta la lunghezza della struttura, non una sola porta o finestra che faccia pensare che al di fuori possa esserci dell’altro. Son combattuto tra l’andare avanti e il tornare al buio dietro la porta che ho da poco varcato, ma qualcosa mi suggerisce di andare avanti.
La temperatura è fresca, l’aria rimanda odore di chiuso, sicuramente da un bel pò non c’è ricambio all’interno di questa “stanza”, ma comunque non è eccessivamente sgradevole, si sente solo un lontano ronzio paragonabile a quello di un neon difettoso ma che non riesco a capire da dove possa provenire e a cosa sia imputabile.
Muovo i primi passi con cautela per cercare di capire che cosa ci faccia dentro a quel mondo nel quale mi son trovato senza volerlo. Poggio una mano per terra e noto che il pavimento sembra solido marmo anche se non riesco a capire di che tipo, ed è incredibilmente pulito, come non avrei mai creduto in quella situazione. Credo che parecchio del fresco che sento sia dovuto al marmo stesso.
Dopo una cinquantina di passi tutto è rimasto immutato: alle mie spalle la sagoma della porta che si rimpicciolisce sempre più, la vista prospettica che deforma le sagome e le linee, ma per il resto tutto rimane uguale a prima. Solo il ronzio si acuisce ma non riesco a capire ancora cosa e dove lo generi.
Nonostante tutto decido di andare avanti alla ricerca di uno sperato cambiamento in quella assurda monotonia.
Circa cento metri dalla porta ormai lontanissima sento che qualcosa è cambiato. Un fresco più pungente e un odore particolare mi fa ricordare quello del tabacco respirato a Pinar del Rio qualche anno fa. Un odore dolciastro e incredibilmente invitante, una sensazione di umido fuori dal comune.
Non trovo niente di nuovo però attorno a me, ma in alto scorgo le grandi foglie di tabacco appese alle capriate: saranno migliaia, sembrano piccole, ma è solo la distanza che me le fa sembrare così, son sicuro che se le avessi vicino noterei con stupore la loro assurda enormità.
Avanzo nella stanza tenendomi sempre al centro e cercando di mettere in moto tutti i miei sensi alla ricerca di qualche segno di vitalità.
Cammino per dieci minuti, in alto il tabacco è ancora presente, l’odore e il fresco anche.
Le pareti sembrano più chiare, ma potrebbe benissimo essere una sensazione data dal fatto che ormai gli occhi si sono abituati a quella oscurità e adesso restituiscono i contorni più nitidi e i dettagli più vivi.
Ma nonostante tutto nessuna porta o finestra, solo quell’incomprensibile ronzio che aumenta di intensità.
Sono stranamente calmo, nessuna voglia di urlare per chiedere a qualcuno chissà cosa senza mai avere risposta.
Inizio a correre per cercare di raggiungere il più in fretta possibile la fine di quell’immenso corridoio, ma anche dopo dieci minuti di corsa le cose non cambiano. Sono sudato ma comunque riesco a percepire che la temperatura si è abbassata e il ronzio è aumentato, non mi sorprenderebbe ritrovarmi di fronte un vecchio enorme climatizzatore in moto da tempo immemore che aspetta solo che qualcuno decida di farlo riposare un poco dopo tanto lavoro.
In alto le foglie di tabacco hanno lasciato il posto a una serie impressionante di rampicanti che non si capisce da dove partano dato che le radici non paiono arrivare dalla terra ma dal fondo del corridoio che sembra non arrivare mai. Avverto anche la presenza di qualche insetto che quell’ambiente umido inevitabilmente porta; decido di proseguire.
Mi accosto però ad una delle pareti decidendo di picchettarla per sapere se vi sia qualche punto di debolezza, qualche cedimento che possa farmi uscire da quell’empasse dalla quale inizio a essere stufo e nauseato.
La parete sembra essere decisamente solida e incredibilmente liscia, al tatto ho come una sensazione di pregevoli stucchi dei quali posso solo azzardare un colore. Poi mi dico che se fossero stucchi in quelle condizioni di umidità probabilmente non avrebbero quell’aspetto perfetto e decido di proseguire di nuovo al centro del corridoio.
Le gambe iniziano a lamentarsi dopo circa mezzora di corsa non sostenuta, decido di fare un break e di sedermi per terra. Appoggio la schiena a una delle pareti e la sensazione di fresco sia del pavimento che della parete stessa mi fa stare un pò meglio dopo la copiosa sudata.
Mi guardo intorno fin dove mi permettono gli occhi: la porta ormai è un lontano ricordo, il mio presente è fatto di pareti altissime e lunghissime, di innumerevoli capriate e di un pavimento fresco.
[...]
La radiosveglia mi riporta alla realtà con un piacevole “tango flamenco” di Paco de Lucia che non sentivo da troppo tempo. Sono sudato e stanco come se avessi davvero corso a lungo, ma son contento. Prendo il telefonino: la “sua” voce mi farà presto dimenticare i significati reconditi e le inutili preoccupazioni di questo assurdo sogno.
Ti ringrazio di essere il primo pensiero di ogni mia giornata.
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