Aspettando ancora telecom e rimettendo apposto alcuni degli scatoloni post-trasloco ho ritrovato la foto sotto.
Nel 2002, appena sbarcato, mi chiesero se fosse la prima volta che mettevo piede su quel suolo lontano da ogni tempo. Il mio spagnolo non era certo fluente e io a stento capii la domanda che generò una percettibile smorfia nella signora che avevo di fronte. Era nera, con una fascia rossa che le reggeva i capelli, una camicetta bianca che copriva le sue generose forme e una particolarità: dei baffi neri molto visibili che facevano apparire la signora decisamente trascurata. Mi ricordo che, finiti i convenevoli di routine, sorrisi al pensiero che donne con quel tipo di peluria non esistono quindi solo nella mia Sardegna.
Le quattordici ore di viaggio si fecero sentire sul mio stato fisico anche perché, vuoi per via dell’aereo non eccessivamente comodo vuoi per la eccitazione della vacanza in solitario, non ero riuscito a prendere sonno durante la trasvolata. Ma dato che all’arrivo in albergo era sera inoltrata la cosa non mi preoccupava eccessivamente. La prima cosa che feci, una volta poggiate le valigie, fu una lunghissima doccia calda che mi preparò al comodo abbraccio di Morfeo che arrivò dopo una telefonata a casa per le rassicurazioni del caso.
Il primo giorno fu un camminare incredibile per le strade dell’Avana. Ore e ore a guardare un paesaggio che mi appariva del tutto nuovo e inconsueto ma, seppur fatiscente in molte parti, comunque bellissimo. La parte migliore e più caratteristica, l’Havana Vieja per dirla alla cubana, era un dedalo di viuzze dove potevi udire i rumori dei bambini che giocavano chiassosamente, e gli odori dei preparativi per il pranzo. Quando la sera in albergo feci un po’ di conti con la cartina della città in mano, quello che seppi è che, se i piedi mi facevano un male cane, era per colpa dei circa venti chilometri che avevo fatto a piedi in tutta la giornata!
Il primo giorno fui accompagnato da una cosiddetta guida locale di cui non ricordo il nome ma di cui conservo il ricordo e l’aspetto in qualche fotografia. A Cuba, tutti i nullafacenti che sanno farsi capire sono delle guide. E allora giù per le strade caratteristiche, le piazze storiche, i palazzi che hanno fatto grande la repubblica. E’ incredibile vedere gruppetti di turisti che seguono la loro guida, il più delle volte un ragazzo mal vestito e povero in carne che vede in loro un guadagno che, seppur minimo, è per lui un ottimo introito.
Ci ho messo qualche giorno a comprendere la filosofia cubana e così, quasi per scherzo, avevo distinto le guide in due gruppi. Una era la guida piagnona e l’altra la guida fiera.
Il primo di cui ho già parlato era sicuramente del tipo piagnone. E’ vero che a Cuba ci sono una marea di problemi legati a decenni di puro comunismo e non solo, ma questo tipo di persone hanno lo scopo di cercare compassione nel turista. Il ragazzo in questione mi pedinò tutto il giorno descrivendomi la sua famiglia nel dettaglio, i suoi figli che non mangiavano e vestivano male, la sua casa che non era bella come avrebbe voluto per la sua famiglia, la macchina che cadeva a pezzi eccetera. Oltre a lamentarsi era anche decisamente pesante: mi seguì anche dentro il market dove andai per comprarmi una bottiglietta d’acqua. Alla fine feci la spesa anche per la sua famiglia, con la promessa che, all’uscita del market, non lo avessi più dovuto avere addosso. Non so se fu un atteggiamento corretto ma alla fine ognuno dei due ha avuto quel che voleva.
La seconda guida che conobbi era Santiago ed apparteneva decisamente alla categoria dei fieri. Alto circa un metro e ottanta, magro ma dal portamento elegante, due sottili baffetti neri e i capelli corvini crespi e corti. L’aspetto era cortese, capiva benissimo l’italiano per aver già fatto da cicerone per chissà quanti altri connazionali. Ovviamente sapeva che molti italiani sceglievano quella destinazione per il turismo sessuale ma non insistette quando gli faci capire che quello non era il mio caso e che non ero lì per andare in cerca di “niñasâ€. Santiago era incredibilmente loquace, ma non faceva mai discorsi a vanvera: era una persona che sicuramente aveva studiato tanto e alla quale piaceva correlarsi anche con persone di altre realtà.
Santiago fu la mia guida per quasi quindici giorni. Fu essenziale quando decisi di affittare una macchina per tre giorni e fare qualche centinaio di chilometri per visitare posti caratteristici al di fuori della capitale. Lui non aveva la patente, ma era sempre entusiasta di far conoscere posti che sapeva avrebbero incontrati i favori del turista di turno. Ma fu utile per i consigli delle piccole cose: dagli acquisti ai posti da evitare, dai piatti da provare (grazie per il coccodrillo con l’anans) alle bevande da assaggiare (il daiquiri di quei posti era davvero divino), ai rimedi curativi che si tramandano di padre in figlio. Grande Santiago, con la sua aria sempre pensierosa e il suo contagioso sorriso.
La foto che me lo ha fatto ricordare lo ritrae davanti ad un locale famosissimo con Angel, 77enne guatemalteco tassista di New York che mi accompagnò in qualcuna delle giornate in giro per Cuba. Bei giorni quelli, lontano da tutti, dalla frenesia della vita quotidiana, dal lavoro, dai litigi dai dolori e affianco due perfetti sconosciuti che non parlavano nemmeno la mia lingua…
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