Preparati, domattina andiamo a pescare.
Era una delle frasi che preferivo quando ero piccolo. Già, sono stato piccolo anche io. Quando avevo dai dieci ai quindici anni ero patito della pesca con la canna, forse qualche cosa alla fine Sampei e i suoi occhioni tondi avevano lasciato nella mia giovane psiche.
Quando mio padre mi diceva così significava che l’indomani sarebbe cominciato con una sana levataccia. Mettevamo la sveglia alle 5.30, senza svegliare mia madre e mia sorella, facevamo una veloce colazione e poi si partiva. Il mare era a meno di un quarto d’ora di macchina in direzione S.Antioco, una isola collegata da un istmo alla terraferma.
La preparazione era rigorosa.
Le canne dovevano essere pronte dalla sera prima, pulite, con i mulinelli ben lubrificati, la lenza in ordine e tutti gli anelli solidi. Questa parte era quella che spettava a me, insieme all’armatura degli ami che dovevano essere già legati a un pezzo di lenza sufficiente a fare in modo che, l’eventuale perdita di un amo, non fosse una lunga pausa non voluta. Ero diventato bravo e veloce nel legare gli ami. Ricordo i miei primi nodi, erano uno scempio! Una volta, il primo anno che andavamo, ricordo una corrente parecchio forte che ci costrinse a cambiare i piombi che avevamo preparati a favore di qualcosa di più pesante. Presi un piombo da 75 grammi e iniziai con perizia certosina a fare il nodo così come mi era stato insegnato, o almeno credevo. Finito il nodo, innescai un verme all’amo, presi la canna in mano e, con un sorriso beffardo, mi preparai a far vedere a Nettuno chi l’avrebbe vinta.
Plastico e stiloso aprii l’archetto del mulinello e, dopo aver bloccata la lenza con il dito indice della mano destra, mi prodigai in un tiro che doveva essere, complice anche il peso maggiorato, uno dei più lunghi che avessi mai effettuato. Il piombo schizzò lontanissimo e nella direzione in cui avevo previsto, sembrava non voler mai entrare in acqua. Ero fiero di quel lancio dove avevo messo in pratica tutti gli insegnamenti paterni sul come agire per avere un lancio perfetto. Qualcosa di strano attirò però l’attenzione perché non avevo sentito il classico fruscio del rilascio veloce della lenza dal mulinello che era indice di un tiro ben riuscito. Guardai la punta della canna per vedere la direzione della lenza e notai che c’era solo un pezzo da una cinquantina di centimetri che spuntava oltre l’ultimo occhiello.
Mi guardai intorno per capire chi avesse assistito al lancio stilisticamente impeccabile ma abbastanza inutile. Mio padre, che aveva visto tutto, mi guardò aggrottando le sopracciglia e scuotendo leggermente la testa disse: “Andrea, ricordati che quel dito che blocca la lenza quando lanci lo devi alzare altrimenti diventi un lanciatore di piombi, non un pescatore!â€


