Una volta l’arbitro era di nero vestito, tutto nero, era il corvaccio del campo di calcio di turno.
Adesso sembra una boa di segnalazione visibile anche nelle giornate di intensa nebbia.
Me lo ricordo quando il massimo insulto verso l’arbitro era “cornuto” e termini come “colluso” o “corrotto” erano ben lungi dall’essere pensati. Era solitamente un pò fuori forma e a fine partita non era certo la persona più fresca che si potesse vedere tra i 25 in campo.
Adesso sembra un modello da sfilata, sempre pettinato alla perfezione, piacione, abbronzato e sempre molto palestrato.
Si, 25 persone in campo perchè c’erano anche i due guardlinee o segnalinee che dir si voglia, solitamente più appesantiti dell’arbitro stesso e con la faccia del privilegiato che ha visto la partita in prima fila. Si, prima fila quella vera, non quella che adesso si gode dal divano di casa con una padella sul tetto.
Adesso sono diventati 26 i presenti in campo, si è aggiunto un altro modello a centrocampo che ha il preciso compito di dire ai due allenatori “suvvia, non fate i bambini cattivi” e aspetta che il cornuto multicolore di turno si faccia male, insomma per dirla in termini ornitologici è un corvaccio che gufa un collega variopinto che sgambetta per il campo.
E le 25 persone in campo erano dei padri di famiglia dai fisici esili e allungati, con le magliette sudate di cotone appicicate al corpo e dalle movenze un pò incerte, sempre pronti a lottare per la loro squadra per la quale avrebbero corso incontro alla morte con una gamba sola e in stampelle senza mai mollare un metro agli avversari.
Adesso i 26 in campo sono per lo più dei signorotti solitamente con i capelli e la barbetta appena sistemati dal barbiere, le sopracciglia disegnate a colpi di pinzette, i tatuaggi bene in vista sui bicipiti scolpiti e allenati, con i comportamenti in campo propri dei bambini dell’asilo a cui è stata portata via la merenda da un bambino più cattivo.
Prima quando un avversario commetteva un fallo si faceva di tutto pur di non fargli capire che ti aveva fatto male, non un grido, non un gemito, massima dignità. Mascherare il dolore era una vera arte, così come annotarsi i numeri di maglia e commettere i falli per restituire le cortesi attenzioni era comunque un qualcosa che dovevi subire se il tuo era un gioco duro. In ogni caso una grossa spugna gialla dentro un secchio pieno d’acqua era il rimedio per tutti i dolori.
Adesso vedo calciatori che cadono appena un avversario si avvicina, nemmeno fosse l’alito pestilenziale di questo a farli svenire. Una volta a terra si contorcono tarantolati come se avessero subito torture da una tribù di sadici apache incazzati neri decisi a vendicare le violenze subite dalle loro sqaw. E urlano, urlano come adolescenti indemoniate a cui sia stato sottratto il moroso di turno.
Prima era il calcio, adesso non so.

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